Ciao,
ben ritrovati e ritrovate su Ellissi.
Ci siamo lasciati parlando di cibo e giornalismo, ci ritroviamo parlando di social disabitati.
Qui siamo 20.000 e passa; e per quanto i numeri contino quello che contano, è bello vedere questa newsletter continuare a crescere nel tempo.
Grazie di essere qui, davvero,
Valerio

Gli occhi di Sam Altman
Hai notato che gli occhi di Sam Altman sono sempre più spiritati?
Non so cosa gli stia succedendo. Sono preoccupato.
Forse ci sta semplicemente mandando un messaggio: spalancate le vostre retine, OpenAI sta arrivando a prendersele.
Sicuramente, dalle sue dilatatissime pupille, Sam sta ammirando al meglio i video che gli utenti stanno realizzando con Sora 2, il modello di generazione audio-visuale appena rilasciato dall’azienda che dirige.
All’interno del Fort Mason Center di San Francisco, dove lo scorso 6 ottobre si è tenuto il DevDay 2025, OpenAI ha persino allestito una grande sala cinema - con maxischermo, popcorn e poltroncine - dove i visitatori potevano assistere a un feed senza fine di panda che volano sullo skateboard, telegiornali completamente finti e video di celebrità morte — un’esperienza per stomaci forti, insomma.
Ma Sora 2 non è solo uno strumento di generazione video, come probabilmente già saprete.
È anche e soprattutto un social network, in cui gli utenti possono sfogliare tra migliaia e migliaia di video all’interno di feed algoritmici, dare e ricevere follow, mettere like, eccetera eccetera.
Come quasi quindici anni fa, quando Instagram introdusse i filtri alle immagini inducendoci a credere di essere tutti dei fotografi provetti, oggi Sora, così come altre piattaforme simili (penso a Vibes di Meta, di cui sottolineo il nome boomerissimo), vorrebbe darci gli strumenti per diventare tutti abilissimi creator.
Per farlo ci chiedere di metterci letteralmente la faccia.
Alla prima apertura, infatti, l’app ci propone infatti di registrare un breve video selfie, e così facendo immagazzina le nostre sembianze e la nostra voce nel database: questa funzione, denominata Cameo, ci consente di creare versioni animate di noi stessi nelle situazioni più disparate.
Volendo, possiamo anche permettere agli altri utenti di “usarci” come preferiscono, remixandoci e rigenerandoci in libertà. Diventare deepfake di noi stessi non è mai stato così facile come oggi.
Come ha scritto Ben Thompson, il nuovo social (e io che speravo di non dover mai più scrivere questa roba…) vuole sfidare l’antica regola 90/9/1 della tecnologia — secondo cui il 90% degli utenti consuma, il 9% riutilizza e distribuisce e appena l’1% crea.
L’obiettivo di Sora, così come di Vibes, Grok e di altri che arriveranno, è quella di espandere quell’1%, rendendoci tutti più “attivi”.
Nel frattempo anche Altman ha reso il proprio clone digitale disponibile agli altri utenti di Sora, e i risultati finora sono interessanti. Se te lo stai chiedendo, ebbene sì: anche nei deepfake che lo ritraggono ha gli occhi spiritati.
In un post, OpenAI ha spiegato che è proprio la funzione Cameo a rendere «la piattaforma diversa e divertente da usare» definendola «un modo nuovo e unico di comunicare con le persone».
Questa frase mi ha ricordato qualcosa. È la stessa promessa che ci fecero i social network vent’anni fa — l’idea fondante su cui sono nate realtà trillionarie che ancora oggi dominano il mercato pubblicitario globale.
Ed è proprio questo che il lancio di Sora ci sta comunicando, più di ogni altra cosa: ovvero che OpenAI sta cambiando e ci sta svelando il suo vero obiettivo, quello di diventare la nostra nuova porta primaria di accesso a Internet, “fagocitando il web” e i nostri dati con esso, in una strategia di costruzione del dominio simile a quella di aziende come Google e Meta.
Questo avverrà non solo grazie a Sora e all’AI slop che si porterà dietro. L’azienda di Altman sta lavorando sotto traccia per creare un ecosistema di prodotti consumer che replicano il playbook delle altre big tech: catturare prima i nostri occhi e poi costruirci attorno un’infrastruttura remunerativa.
Almeno in questo, OpenAI pare piuttosto vecchia scuola: dopo avere capito che gli abbonamenti non basteranno per stare in piedi (sui circa 800 milioni di utenti attivi, il 99.75% utilizza il servizio gratuitamente), sta per fare il grande passo e abbeverarsi al grande bacino economico della pubblicità online, esattamente come le rivali con cui compete.
Da qui la necessità di creare un social network, ma anche il lancio di Pulse - un assistente personale che ogni giorno ci propone, proattivamente, idee e spunti basati sulla nostra cronologia di conversazione con ChatGPT - e il futuro lancio di un gadget fisico disegnato da Jony Ive, lo storico progettista dell’iPhone e di quasi tutti i prodotti Apple di maggior successo. Volendo scommettere, immagino che il prossimo passo sarà un browser targato OpenAI.
Nel breve termine, però, quello che possiamo aspettarci è lo sbarco della pubblicità su ChatGPT (l’azienda sta costruendo rapidamente la propria divisione advertising), dove cominceranno ad apparire annunci e inserzioni delle aziende partner — alle quali in cambio verrà presumibilmente dato accesso ai dati personali e comportamentali degli utenti.
…cosa mai potrà andare storto?
La piattaformizzazione di OpenAI è segno che la pressione sui ricavi si sta intensificando anche per l’azienda di Altman, nonostante lui abbia ripetuto a più riprese che raggiungere la profitability non è tra le sue dieci preoccupazioni principali.
Tale piattaformizzazione porterà presumibilmente anche a un’enshittificazione progressiva - questa sì una regola aurea delle big tech contemporanee - dove i nostri bisogni di utenti e quelli degli “stakeholder” andranno a disallinearsi progressivamente sempre di più, fino a rendere la piattaforma inabitabile.
Questo disallineamento è per altro già innato nelle app di Gen-AI, che a differenza dei vecchi social perdono soldi ogni qual volta un utente le usa: ciascuna generazione di contenuto rappresenta infatti un costo in più per l’azienda, poiché richiede maggiore energia e microchip più potenti.
E non basta per OpenAI cercare di aumentare la potenza a propria disposizione a colpi di 10 gigawatt per volta; il problema infrastrutturale potrebbe a un certo punto risultare insolubile.
Basterà quindi la monetizzazione pubblicitaria a ripagare questi enormi costi? Con quali criteri verranno trattati i dati sensibili degli utenti in questo processo (non dimentichiamoci che ChatGPT sa cose di noi che Facebook, ai tempi, nemmeno si sognava)?
Come ha scritto Fabio “Kenobit” Bortolotti, questo «feed infinito di sbobba IA in formato doomscrollabile» diventerà estremamente redditizio per le piattaforme. Ma è possibile che in futuro «in questa equazione, per guadagnare davvero» ci sarà «qualcosa da rimuovere: gli utenti. Costano. Sprecano. Servono, ma solo per ora».
È così che finisce
Arriverà dunque il momento in cui i nostri prompt creativi non avranno più senso, perché finiranno per essere deleteri per il modello di business di OpenAI.
Non ci sarà più bisogno di chiedere alcunché, né di strabuzzare gli occhi — la macchina avrà ormai imparato a creare per noi e tutto ciò che immagineremo di volere sarà già nel feed ad aspettarci.
Solo allora potremmo rilassarci e socchiudere le palpebre: la piattaforma proseguirà il proprio lavoro da sola.
L’enshittificazione sarà allora davvero conclusa, la realtà oggettiva definitivamente compromessa, il for you tramutato in un altopiano sterminato di contenuti automatici nel social disabitato.
In quell’istante, la ruota del criceto girerà tanto vorticosamente da prendere il volo, per poi staccarsi da terra e cadere sfasciandosi pochi metri più in là, nel rimbombo mesto di una stanza vuota.
Fuori dal vetro opalino si udiranno gli applausi entusiasti degli ultimi irriducibili fuffaguru del tecnottimismo, loro sì con gli occhi spiritati, una lattina di Liquid Death in mano e al collo un badge con il logo di OpenAI.
Ora che ci penso, potrei chiedere a Sora di generare questa scena.
Alla prossima Ellissi
Valerio

Nella mia reading list
🟡 Il boom dell’AI sta rendendo la vita ancora più difficile ai residenti di San Francisco.
🟡 Addio al regno per i creator di live shopping: il loro successo è appeso a un filo.
🟡 Viaggio nella crisi epistemologica degli Stati Uniti, dove un fatto non è più un fatto (da anni, aggiungerei).
🟡 Storia del blog studentesco diventato una testata giornalistica con 30 dipendenti.
🟡 Tutto sta diventando televisione.
🟡 Qual è il miglior modo per tagliare una cipolla in parti uguali?
🟡 E infine, The Great Dumbening.





Io non mi capacito del comportamento dei "legacy media", soprattutto la tv.
Quello che noto è che i talk non riescono nemmeno a scalfire quello che sta succedendo sui social. A malapena sono a conoscenza che Ellison sta rilevando tiktok, non riescono ad infilarlo in nessun discorso e si perdono in infiniti ping pong sull'argomento del giorno mentre le persone vengono sistematicamente (dis)informate altrove.
La cultura delinquenziale della Silicon Valley: https://scriptamanent.substack.com/p/la-cultura-delinquenziale-della-silicon